Accordi Ceta: all’appello mancano 255 prodotti italiani. Li buttiamo via?

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Accordo Ceta: il Parlamento europeo approva. Peccato che dei 291 prodotti italiani D.O.P o I.G.P. ne siano tutelati soltanto 36. Questo vuol dire nemmeno un terzo. Anzi un sesto.

Ho esaminato il Ceta, il “Comprehnsive Economic and Trade Agreement” che stabilisce le regole per l’accordo di libero scambio tra l’Unione Europea e il Canada.

Una volta applicato, occorrerà ora attendere l’ok del Canada, offrirà alle imprese europee nuove opportunità commerciali in Canada e favorirà la creazione di nuovi posti di lavoro in Europa. Inoltre dovrebbe servire a eliminare i dazi doganali, aprire il mercato dei servizi e tutelare il marchio Ue, al fine di prevenire le copie illecite di innovazioni e prodotti tradizionali dell’Unione Europea.

Se questo sembra tutto conveniente, l’Italia sembra sempre restare a bocca asciutta, e in questo caso mi verrebbe da dire in tutti i sensi.

Secondo il Ceta l’ Italia ha 41 destinazioni geografiche tutelate e 36 prodotti agroalimentari, di cui 19 prodotti Dop e 17 Igp. E tra questi si va dall’ aceto balsamico di Modena, all’ arancia rossa di Sicilia, all’ Asiago fino alla bresaola della Valtellina, o al prosciutto di Modena, al pecorino sardo, al taleggio fino alla fontina. Questo vuol dire che 36 dei 143 prodotti che sono stati scelti nell’accordo, saranno tutelati gli altri no. Sin dal primo giorno di attuazione del Ceta, il Canada abolirà dazi sulle merci originarie dell’Ue per un valore di 400 milioni di euro.

“Il Ceta – si legge nella nota informativa – costituisce un importante passo avanti anche per molte piccole e medie imprese di comunità rurali che commerciano in prodotti agricoli; tali imprese potranno infatti trarre vantaggio dal fatto che il Canada ha accettato di proteggere 143 prodotti tipici di specifiche zone geografiche dell’Ue. Nell’ambito del Ceta saranno protetti i prodotti alimentari e le bevande più esportati, come il formaggio francese Roquefort, l’aceto balsamico di Modena e il formaggio olandese Gouda. I prodotti europei godranno di una protezione dalle imitazioni analoga a quella offerta dal diritto dell’Unione e non correranno più il rischio di essere considerati prodotti generici in Canada”.

Peccato però che in Italia di prodotti Dop e Igp ne abbiamo molti di più. (Basta dare un occhio all’elenco delle denominazioni italiane, iscritte nel Registro delle denominazioni di origine protette, delle indicazioni geografiche protette e delle specialità tradizionali garantite – Regolamento UE n. 1151/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio del 21 novembre 2012 – aggiornato al 25 gennaio 2017).

In più il Ceta non è altro che la riproposizione dei TTIP. L’avevo già detto ad agosto quando Carlo Calenda aveva chiuso la questione TTIP che l’affare non era chiuso affatto. Se ne sarebbe riparlato con un nuovo nome e format. Ebbene, dopo sei mesi, detto fatto, arriva Ceta, partito come accordo Ue e Canada, ma oggi sostituito a tutti gli effetti dal TTIP. In questo accordo perdiamo la nostra unica potenzialità agro alimentare. Inutile dire che hanno riservato una agevolazione protezione di 143 prodotti europei, di cui solo 36 sono italiani. Ne abbiamo molti di più. Ancora una volta l’ Europa distrugge la nostra unica “musina” economica, togliendo dazi e vincoli per tutti i prodotti esclusi nella lista. Una lista che dovrebbe tutelare e che invece apre le porte a prodotti spazzatura, copiati e fatti in serie. 

Tributarista Alberto De Franceschi

Noale 17 febbraio 2017

VITTIME TORNADO AIUTI Sì CON I GUADAGNI DELLE BANCHE

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Arrivato l’accordo che fa passare per contributi veri e propri mutui.

L’avevo detto già a settembre scorso, denunciando il fatto che alle famiglie colpite dal tornado, lo Stato fa passare per contributi quelli che in realtà sono dei veri e propri mutui, dei finanziamenti di durata venticinquennale.

“Non si può chiedere a dei cittadini vittime di calamità naturali di contrarre un mutuo ultraventennale”, aveva detto l’esperto professionista Alberto De Franceschi e ora i fatti gli danno ragione.

“L’Associazione Banche Italiane e la Cassa Depositi e prestiti – spiega De Franceschi – hanno siglato il contratto tipo e l’ Agenzia delle Entrate ha confermato la procedura per cui chi chiede il contributo firma in sostanza un mutuo. Se muore, questo passa agli eredi”.

Un mutuo, aveva spiegato, che comporta il pagamento di interessi e il rischio che qualora non si paghi, si veda pignorata anche la casa che si sta tentando di costruire.

“Sono mutui – incalza De Franceschi – che pagano interessi che noi abbiamo sempre sostenuto, ma eravamo sempre stati smentiti. Ora è tutto scritto, le carte sono state siglate a ottobre, novembre e pubblicate in Gazzetta Ufficiale a gennaio. Per di più questi mutui vincolano le persone per tutta la loro durata. Come da clausole contrattuali, non possono essere risolti prima. Non si può continuare a prendere in giro le persone che hanno subito delle disgrazie”.

A tal proposito anche la consigliera pentastellata di Dolo, Valentina Peruzzo era intervenuta. E in seguito a una interrogazione parlamentare presentata dall’onorevole Villarosa, si era tenuto un question time.

“Con il documento in esame – si legge – gli onorevoli (Villarosa e altri ndr) interroganti richiamano gli eventi calamitosi che hanno interessato in Veneto la riviera del Brenta nel luglio 2015. Gli Onorevoli evidenziano che, per far fronte a esigenze emergenziali, l’articolo 1, commi da 422 a 428, della legge 28 dicembre 2015, n.208 (legge di stabilità per il 2016), in attuazione dell’articolo 2, lettera d, della legge n.225 del 1992, prevede che siano concessi contributi a favore dei soggetti coinvolti.

Gli interroganti ritengono che la misura del finanziamento agevolato con fruizione del credito d’imposta non è adeguata a risolvere i disagi causati da calamità naturali in quanto questa procedura comunque comporta il pagamento di costi bancari e il rischio di insolvenza, nonché l’eventualità per gli interessati di non poter fruire del credito d’imposta per capienza”.

In seguito anche Fratelli d’ Italia si erano fatti sentire, chiedendo che l’ Agenzia delle Entrate si pronunciasse.

Il 13 ottobre scorso un’ interpellanza a nome dei senatori di FI e Pdl: Marco Marin, Giovanni Piccoli, Stefano Bertacco e Bartolomeo Amidei, al presidente del Consiglio dei Ministri e al ministro dell’Economia e finanze.

Un’interpellanza fatta proprio in seguito alla denuncia di De Franceschi che aveva studiato la questione.

 

“Con una precedente interrogazione con carattere d’urgenza (atto n. 3-02054) gli interroganti – si legge nell’interpellanza –  in riferimento ai fenomeni temporaleschi che hanno colpito il Veneto nel pomeriggio di mercoledì 8 luglio 2015, avevano chiesto interventi in favore dei cittadini e delle imprese fortemente danneggiati da tali eventi atmosferici”.

 

Ora, l’articolo 1 della legge 208/2015 (legge di stabilità 2016), nei commi da 422 a 428, prevede la concessione di contributi con le modalità del finanziamento agevolato sia ai soggetti privati che alle attività economiche e produttive e demanda a ordinanze adottate dal Capo del Dipartimento della protezione civile d’intesa con le regioni interessate e di concerto con il Ministero dell’economia e delle finanze, le modalità attuative.

 

L’ordinanza del 16 agosto scorso, la numero 385, dispone che, in base a quanto previsto dalla legge n. 208/2015, il contributo effettivamente spettante viene riconosciuto, sotto forma di finanziamento, a cura dell’Istituto di credito convenzionato che sarà successivamente individuato dal titolare del contributo e comunicato al Comune.

Un’ordinanza che a quanto pare non è stata smentita.

ROTTAMAZIONE SOLO PER POCHI

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Rottamazione Equitalia? Se i sindaci si mettono in mezzo, si rottama poco niente.

Bella la rottamazione delle cartelle Equitalia, bella sì, peccato che i sindaci, come dire, mettano il carro in mezzo ai buoi. La rottamazione delle cartelle, infatti, misura varata dal Governo esiste, ma non per tutti.

Denuncio il fatto che alcuni comuni non intendono favorire la rottamazione delle cartelle esattoriali da enti diversi da Equitalia. E questo sfavorisce i contribuenti e avvantaggia le amministrazioni.

Da mesi si parla di aiuti ai privati e alle aziende che arriverebbero grazie alla rottamazione dei ruoli esattoriali, estesa anche ai tributi locali.

Questo infatti è frutto dell’articolo 6/ ter del decreto legge 193/2016 ora convertito in legge, la n. 225/2016. “Relativamente ai carichi inclusi in ruoli – si legge nell’articolo – affidati agli  agenti della riscossione negli anni dal 2000 al  2016,  i  debitori  possono estinguere il debito senza corrispondere le sanzioni incluse in  tali carichi, gli interessi di mora (…) ovvero le sanzioni e le somme  aggiuntive (…) provvedendo al pagamento integrale, anche dilazionato, entro il limite massimo di quattro rate, sulle quali sono dovuti gli interessi nella  misura  di…delle somme affidate all’agente della riscossione  a  titolo  di capitale e interessi e di quelle maturate a favore dell’agente  della  riscossione…”. Peccato però che di questa facoltà come prevedono alcuni comuni del Miranese, si è deciso di non avvalersene. Vedi link: file:///C:/Users/Acer/Downloads/AVVISO-UFF.TRIBUTI.pdf

 

Purtroppo le amministrazioni locali su questi temi pensano prima sempre alla cassa e poi poco al cittadino  nei comuni del Miranese, tra cui Noale, si è deciso infatti di non concedere ai propri cittadini e aziende le agevolazioni previste da questa legge. In molti casi è stato comunicato con un avviso in altri neppure quello lasciando la cosa alla logica deduzione che così facendo snon si aderisce e il cittadino è tenuto a cercare di capire questo atteggiamento concludente.

Questo aspetto, continua l’esperto, apre alcuni dubbi interpretativi: il primo dovuto al fatto che i ruoli sono di vario tipo in quanto potrebbero essere stati affidati prima a un concessionario e poi a un altro. In origine era Equitalia poi ABACO o ad altri.

Ciò induce a pensare che quanto è in Equitalia è “rottamabile”, mentre quanto non lo è, no. Se l’ente che ha elevato il ruolo (il Comune, la Provincia o la Regione), a esempio per una sanzione amministrativa per violazione del codice della strada, non si è avvalso della facoltà prevista dalla legge significa che l’esattore non può di suo concedere nulla. Altro aspetto è che in assenza di alcun regolamento e/o adesione al punto 3 dell’articolo 6ter non avvalendosi della facoltà concessa della legge non si interrompono neppure i termini di prescrizione dovendo così agire ancor più aspramente e velocemente nel recupero delle somme pena la totale perdita di quanto non incassato Così facendo le amministrazioni hanno deciso di non favorire i propri cittadini e/o le aziende in difficoltà, ma di favorire così gli enti esattori. Questi infatti, se fosse stato recepito il disposto dell’art. 6/ter avrebbero perso tutti i loro diritti di esazione fino al 31.12.2016, mentre le somme dovute ai comuni e l’eventuale interesse per la dilazione di pagamento sarebbero rimaste all’incasso. Lo scandalo infatti  è che gli enti esattoriali perderebbero moltissimo nella rottamazione e invece, come ora accade, guadagnerebbero moltissimo nel non farla concedere. E infatti è così, i Comuni mirano solo a favorire questi enti esattoriali e incassano sulle violazioni non pagate nei tempi ordinari. In sostanza hanno tutto l’interesse a che i cittadini non paghino. Il guadagno poi  è interamente politico e delle lobbies che vogliono far crescere gli enti di riscossione.

I ruoli comunali affidati ai concessionari sono: tasse e i tributi come Ici, Imu, Tasi, Tari, Tia, Tosap, Tassa di scopo,   e addizionali comunali e regionali. Oltre alla tassa sulle affissioni, l’imposta sulla pubblicità e l’Ica, oggi anche le “multe stradali”, cosa non di poco conto. Il più delle volte la riscossione è affidata a Equitalia ma da tempo l’Abaco interviene per l’Unione dei Comuni del Miranese.

Alberto De Franceschi,

Noale, 1 febbraio 2017

BANCHE: UN POZZO SENZA FINE, ORA L’ANATOCISMO

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Così si legalizza l’anatocismo vietato dalla legge. Insomma lo scandalo banche, sembra un pozzo senza fine. 

È la denuncia che parte dal tributarista di Noale, Alberto De Franceschi che ha studiato la questione.

“Lo avevo evidenziato in agosto – spiega l’esperto – e oggi sono partite da VENETO BANCA le notifiche ai correntisti con cui si chiede di sottoscrivere l’addebito in conto corrente degli interessi passivi”.

Dalla circolare trasmessa da Veneto Banca infatti si legge che è entrata in vigore la nuova normativa sulle modalità di regolamento degli interessi in conto corrente, pertanto si legge “gli interessi debitori maturati sono contabilizzati separatamente rispetto alla quota capitale e diventano esigibili il 1.marzo dell’anno successivo a quello in cui sono maturati e comunque al termine del rapporto per cui sono dovuti. Il cliente può autorizzare preventivamente l’addebito degli interessi esigibili sul conto corrente. In questo caso la somma addebitata è considerata quota capitale”.

“Questo – spiega De Franceschi – serve a far capitalizzare e maturare, in caso di saldo negativo, ulteriori interessi passivi. Ebbene, sappiate che questa procedura è illegale”. L’anatocismo infatti previsto dall’articolo 1283 del codice civile recita: “in mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi”.

Ma la giurisprudenza non autorizza il pagamento degli interessi composti sulle quote di debito (capitale e interessi) che non sono state regolarmente pagate a scadenza.

“Nonostante i divieti, come al solito – incalza De Franceschi – si vogliono favorire le banche e nonostante il disposto normativo del D.L. 18 14/2/2016 convertito in Legge l’ 8.4.2016 numero 49, Capo IV Art. 17 bis, che riconosce l’illegalità da parte delle banche di capitalizzare gli interessi per produrre ulteriori nuovi interessi, si dà la possibilità al cliente di accettare tale capitalizzazione, pena il pagamento dell’interesse di mora”. Infatti ciò che sconcerta è proprio che nonostante esista una legge, questa, come rileva l’esperto è stata sormontata dal decreto del Cicr del Ministero delle Finanze.

“A tutela e stimolo alla sottoscrizione della clausola – spiega De Franceschi – è successivamente intervenuto il decreto del Cicr n. 343 del 3 Agosto 2016 nel quale si è inserita la possibilità di tale oscenità dando la facoltà al cliente di accettare con firma espressa la metodologia di capitalizzazione degli interessi, vedi le vergognose clausole all’articolo 4 punti 6 e 7. Insomma un divieto buttato dalla finestra e reintrodotto dalla porta scorrevole del Ministero delle Finanze”.

In questo modo il cliente può autorizzare preventivamente l’addebito degli interessi esigibili sul conto corrente, in questo caso la somma addebitata è considerata quota capitale. L’autorizzazione è revocabile dal cliente in ogni momento, purché prima che l’addebito abbia luogo.

“Capiamo che inoltre, in assenza di autorizzazione all’addebito – aggiunge l’esperto – e in caso di mancato pagamento, sul debito da interessi la banca potrà applicare gli interessi moratori. Tutto ciò è inaccettabile. Una banca che promuove una pratica vietata è una follia da condannare”.

Ufficio stampa Alberto De Franceschi

Noale 9 gennaio 2017

Pensioni in ritardo: l’Inps non paga più gli oneri a banche e poste

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PENSIONE IN RITARDO. Ecco perché! L’Inps non paga più gli oneri a banche e Poste

“QUESTO è UN SISTEMA PER AMMAZZARE GLI ITALIANI”, è la denuncia di una pensionata che arriva ad Alberto De Franceschi, il tributarista, esperto di fisco a Noale, e che l’altra mattina è arrivata anche in diretta tv a Canale Italia, finché il tributarista parlava della nuova modalità di erogazione delle pensioni.

Le pensioni, come rende noto l’Inps con una nota, a decorrere dal 1 gennaio 2017, arriveranno dopo il secondo giorno bancabile e quindi dal 2 di ogni mese in poi e non più dal primo. A riprova che sia effettivamente così, una signora pensionata ci conferma che anche a lei è stato comunicato che dal 1 gennaio prossimo, riceverà la pensione il 2. “Le bollette scadono – dice – e io ho farmaci da comprare. Questo è un sistema per ammazzare gli italiani, ci stanno ammazzando”.

E anche una circolare dell’Inps rende nota la disposizione dell’articolo 6 del decreto legge 21 maggio 2015, n. 65 che ha stabilito che “ A decorrere dall’anno 2017, detti pagamenti sono effettuati il secondo giorno bancabile di ciascun mese”.

Ieri poi la nota dell’Inps ha reso noto il calendario degli accrediti per il 2017. La rata pensionistica 2017 infatti sarà erogata da Poste e banche il 3 gennaio 2017.

“Capiamo perché è così”,dice l’esperto professionista. “In sostanza – incalza De Franceschi – per motivi che vengono ben mascherati informano che i pochi e miseri soldi della pensione appena sufficienti per tirare a fine mese, non sono più disponibili dal primo di ogni mese. Insomma, se li tengono, anche per quattro giorni. Per quale motivo? Il motivo che nessuno vuole meglio specificare è che l’Inps non vuole più pagare gli oneri bancari agli istituti di credito”.

 Infatti il decreto legge del 21 maggio 2015, n.65, specifica al capo II, articolo 6 che nel corso del 2015 sono stati pagati oneri derivanti dal comma  1,  valutati  in 0,971 milioni di euro, in 6,117 milioni di  euro  per l’anno 2016, in 11,246 milioni di euro per  l’anno  2017,  in  18,546 milioni di euro per l’anno  2018  e  in  26,734  milioni  di  euro  a decorrere dall’anno 2019.

“Questo – spiega l’esperto – produce un risparmio, in quanto come specifica anche il comma 2 lettera A dell’articolo 6, vengono ridotte le commissioni corrisposte agli istituti di credito e a Poste Italiane Spa che chiaramente andranno a recuperare con i tre giorni di ritardo sul contribuente”.  Ancora una volta  si andrà a pescare sulle tasche degli italiani e si permette alle banche di speculare senza alcun limite.

“Una normativa che non sta né in cielo né in terra – incalza De Franceschi – e si fa beffe di quello che le disposizioni legislative prevedono. É più di una presa per i fondelli, parlano di razionalizzazione delle pensioni che poi nemmeno fanno. Facendo così i problemi vengono spostati dall’ente ai cittadini. L’ente se ne lava le mani e il cittadino, come sempre, paga”.

Alberto De Franceschi,

tributarista ed esperto di Fisco di Noale e Albignasego,

Noale 28 dicembre 2016

 

PENSIONE IN RITARDO, PENSIONATI ARRABBIATI

 

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La pensione arriva in ritardo. A denunciarlo e a farsi carico delle polemiche e delle voci dei pensionati è il tributarista di Noale, Alberto De Franceschi che martedì mattina nell’ufficio postale di Noale ha trovato un’ amara sorpresa.

“In alcuni uffici postali – dice – da qualche giorno troviamo questa circolare di avviso ai pensionati da parte di Poste Italiane”.

La circolare infatti, o meglio l’avviso alla clientela, prima fornisce un’ informazione su come sia possibile accreditare la pensione sul Conto Bancoposta o sul Libretto postale e poi rende conto del calendario pensioni Inps e Inpdap 2017.

La tabella suddivisa per mesi e giorni riporta infatti visibilmente tutti gli accrediti a partire dal 2 di ogni mese o dal 3.

“In sostanza – incalza De Franceschi – per motivi non meglio definiti, mascherati da offerte per aprire carte, libretti e conti; informano che i pochi e miseri soldi della pensione a volte appena sufficienti per tirare a fine mese, non sono più disponibili dal primo di ogni mese, come avvenuto finora, ma saranno disponibili dal 2 o dal 3. Insomma, in buona sostanza, se li tengono a far valuta pro domo sua, per anche quattro giorni. Per quale motivo?

Forse è il primo dei tanti vantaggi promessi dal nostro Governo quando ha deciso di privatizzare l’ente. Non credo si possa speculare con i disagiati che già non arrivano a fine mese. Ci tengo a precisare – fa sapere De Franceschi – che la questione non è assolutamente riferita agli operatori, dipendenti delle Poste che lavorano assiduamente da mattina a sera”.

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Venetisti indagati e gli evasori? Bè quelli condonati!

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Ieri abbiamo scritto ai direttori dei giornali

Egregio direttore,

leggo oggi un articolo pubblicato sul Corriere del Veneto in cui si denuncia che i venetisti, i cosiddetti anti – fisco, istigherebbero a non pagare le tasse.
Riporta il Corriere “gli indagati avrebbero istigato i contribuenti a ritardare, sospendere o non effettuare il pagamento di imposte dovute durante numerose assemblee, manifestando così il proprio disconoscimento dello Stato italiano”.
Apprendo inoltre che essi avrebbero affermato di essere soggetto di diritto internazionale, riconosciuto dall’ Onu e quindi desiderosi e legittimati di portare il Veneto verso la strada dell’autodeterminazione.
Mi chiedo come possa accadere una cosa del genere, hanno addirittura detto che “hanno paura di noi perché abbiamo bloccato cartelle esattoriali per 53 milioni di euro e perché tanti veneti hanno restituito la tessera elettorale”.

Leggendo questo articolo penso al condono, la voluntary disclosure, fatto per il terzo anno di fila dal Governo Renzi. Un condono fatto a favore di quei soggetti imprenditori e non che usano trasferire i propri capitali e redditi all’estero, evadono ed elidono le imposte. Denaro che poi ovviamente viene ripulito grazie al condono del Governo. Ora mi chiedo, allora chi è più onesto? Questi soggetti che non pagano le tasse ma tanto poi sono perquisiti e condannati da Equitalia o è più conveniente non dire niente, evadere il fisco usando i mercati esteri, tanto poi si resti impuniti?

Questa dico io è l’incertezza della pena. Mi sembra abbastanza scandaloso che si arrivi con la voluntary disclosure a premiare e perdonare certi soggetti e a bastonare sempre i soliti disgraziati.

Forse è il caso di cominciare a non fare sconti a nessuno. Le tasse vanno pagate, da tutti. Venetisti compresi. É un dovere sancito dalla nostra Carta costituzionale, all’articolo 53, che impone di pagare le tasse, in base al proprio reddito e, aggiungerei io, in presenza di adeguati servizi. Bastonare poi i moribondi che non ce la fanno a pagare le cartelle di Equitalia (e non mi riferisco ai Venetisti) e perdonare gli imprenditori, è assolutamente bestiale.

Alberto De Franceschi,
tributarista di Noale

30 novembre 2016

MA IL VENETO RESTA SEMPRE A BOCCA ASCIUTTA?

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Da una tabella proposta dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti vediamo che delle opere pubbliche incompiute (ben 34) ne rimangono da fare 34, cioè tutte.

“Mi fa alterare – attacca il tributarista Alberto De Franceschi –  che si parla di opere pubbliche come la Pedemontana che è ancora ferma per le diatribe tra JP Morgan e la Cassa Depositi e Prestiti e ancorata da uno stato che non sblocca i fondi”.

Dalla Regione fanno sapere che la Pedemontana, quella Salerno Reggio Calabria del Nordest che è già costata allo Stato ben 615 milioni di euro, ben oltre i 243 milioni ipotizzati nel 2003, si farà.

Attualmente per far ripartire i lavori mancano 1,6 miliardi, per completare questa arteria che collega le province di Treviso e Vicenza. Da mesi il governatore del Veneto, Luca Zaia sta conducendo una battaglia con il premier Matteo Renzi perché venga dato via libera a un prestito obbligazionario garantito dalla Cassa Depositi. Nel 2003 la superstrada viene dichiarata tra le infrastrutture di interesse nazionale per le quali concorre l’interresse regionale. Ma con il passare degli anni i costi dell’opera sono lievitati.

“Inutile dire – dice De Franceschi – che i 576.287.353 milioni di euro sono fermi in cerca di una copertura. Nella lista locale delle opere incompiute possiamo leggere anche quei 122.900.000 milioni di euro sul riequilibrio geologico di Venezia. Poi se proseguendo nella lettura della tabellina, credo che, nelle 113 opere pubbliche della autonoma regione Sicilia (quella che poi richiede fondi allo stato per pareggiare il bilancio regionale), così come nelle 91 opere della Puglia, e in quelle 53 del Lazio, ci siano di sicuro opere dove la magistratura oggi ha molto da indagare. Opere simili alla storia del Mose per intenderci. Insomma chi ci governa – incalza De Franceschi – continua tranquillamente a usare il Veneto come un salvadanaio dove attingere i fondi per pagare tutto, ma non pensa minimamente a investire sulle opere infrastrutturali pubbliche. Così facendo si fa perdere la competitività economica alla regione, che, senza opere, deve competere con chi di fondi ne investe continuamente (vedi Germania, Austria, Croazia e via dicendo).“Oggi – scrive la Corte dei Conti in una relazione del dicembre 2015 – il costo di realizzazione ha superato, con gli oneri capitalizzati, i 3 miliardi, anche a causa del necessario, continuo miglioramento progettuale e delle opere compensative richieste dagli enti locali». I problemi starebbero tutti nelle difficoltà di recuperare i soldi necessari a finanziare l’opera. Nella relazione della Corte infatti si legge che a oltre sei anni dalla stipula della convenzione non è ancora disponibile gran parte del capitale privato per la realizzazione dell’opera.

Riflettiamoci sopra perché le vittime della crisi pagano questo pegno perdendo la propria azienda, il proprio lavoro, la propria casa e via dicendo e purtroppo nella tecnica della “distrazione di massa” tutto passa sottobanco”.

 

Ufficio Stampa Alberto De Franceschi,

esperto di fiscalità e tributarista

Noale, 5 novembre 2016

 

 

CORRUZIONE? E’ UN PROBLEMA CULTURALE

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PER ELIMINARE LA CORRUZIONE SERVE CAPITALE COGNITIVO

Sì è svolto positivamente il convegno nell’ Università degli Studi di Padova sul tema della corruzione, del 26 ottobre scorso. Un evento organizzato da Aicq (Associazione italiana cultura qualità), una federazione senza scopo di lucro che vuole diffondere la cultura e i metodi per pianificare, costruire e certificare la qualità. A moderare l’incontro il noto tributarista di Noale, Alberto De Franceschi.

A parlare anche Mariastella Righettini, docente della universitas patavina, del dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali che ha trattato la cultura della trasparenza.

“Possiamo considerare che la corruzione nel nostro paese è un male che leggiamo tutti i giorni anche, e non solo, nella pubblica amministrazione – ha esordito il tributarista De Franceschi – esaminando il problema alla radice è sicuramente da addebitare a un sistema culturale che non forma i cittadini al rispetto delle regole. Anzi molte volte si incentivano le astuzie piuttosto che l’intelligenza e l’onestà. Lo abbiamo visto in molti fatti della cronaca: dal Mose, il più grande sistema corruttivo italiano, alla mafia capitale, all’ Irpinia, fino a giungere al recente dossier della Fondazione David Hume- Sole 24 Ore. Tutto questo ha fatto apparire l’Italia infestata dalla corruzione”.

De Franceschi si riferisce alla recente stima del fenomeno della corruzione che in Italia parrebbe aggirarsi a 60 milioni di euro. Nel dossier della Fondazione David Hume- Sole 24 Ore le cause sono: la mancanza di una cultura di libero mercato, una scarsa dinamicità del capitale sociale e nello specifico un peso troppo scarso delle donne in politica, oltre a una inadeguata valorizzazione del capitale umano.

“Alla base di questi fattori – incalza De Franceschi – è evidente l’unica matrice, ossia la cultura che non forma, sia in ambito familiare che scolastico. I cittadini non rispettano le regole e quando si trovano davanti alle norme l’atteggiamento è sempre quello di fare di tutto per non rispettarle, magari con astuzia, anziché affidarsi all’intelligenza e all’onestà. Tutto questo è frutto di società arretrate. Storicamente abbiamo vissuto fino a mezzo millennio fa, in economie a somma zero (se qualcuno guadagna, qualcun’altro perde), dove la corruzione è appunto un gioco a somma zero”.

Un recente studio della Proceeding of the National Accademy of Science ha dimostrato che la corruzione è il lato oscuro della cooperazione: cioè le persone vedono di trarre illecitamente un vantaggio dalla cooperazione quando gli si presenta l’opportunità.

“Se si esamina la logica naturale dei comportamenti umani – aggiunge l’esperto professionista – possiamo constatare che ciò che tiene insieme le nostre società non è ciò che giudichiamo come buono e giusto. C’è chi sostiene che il “potere corrompe”. Così come chi ha dimostrato che l’esperienza psicologica del potere è associata alla ricerca del proprio interesse particolare. Si è pure dimostrato che questi soggetti hanno una “debole identità morale” mentre al contrario la forte identità morale vede incrementare la propria consapevolezza etica attraverso l’esperienza psicologica del potere. Come si costruisce una forte identità morale? Probabilmente con la nascita e la diffusione del pensiero scientifico. I sistemi giuridici di common law sono quelli dove si percepisce meno la corruzione, questo perché nella loro storia è fortemente presente la rivoluzione scientifica, che tra l’altro, ebbe inizio proprio in Italia.

Il sistema common law valorizza i fatti, la fiducia e la neutralità di giudizio come viene dimostrato da uno dei protagonisti Francis Bacon. Uno studio fatto in 125 paesi (Intelligence and Corruption del 2013) ha rilevato che dove ci sono livelli di prestazioni intellettuali più alti, la corruzione è più bassa. 
Si parla così di “capitale cognitivo”, ovvero quel livello di comprensione cognitiva (non meramente intuitiva) delle regole che è importantissimo per la qualità della vita economica e civile del paese. Forse sarebbe il caso di non far scappare quasi tutti i migliori cervelli che formiamo, e di far qualcosa per attrarne dagli altri paesi, in questo modo – conclude De Franceschi – si ridurrebbe  la corruzione.

Ufficio Stampa Alberto De Franceschi, esperto di fisco e tributarista,

Noale, 1 novembre 2016

COSì VI SMASCHERO LA CHIUSURA EQUITALIA, UNA VERGOGNA TUTTA ITALIANA

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CHIUSURA EQUITALIA,

ECCO COME SI SMASCHERA LA ROTTAMAZIONE DELLE CARTELLE.

A spiegarlo l’esperto tributarista di Noale, Alberto De Franceschi, con tanto di tabella alla mano. Dal prospetto si vede chiaramente che se la somma richiesta da Equitalia è di 100mila euro, la rateazione attuale – che prevede 120 rate mensili come da piano straordinario – è di 1158 euro; con la rateazione invece nuova, quella proposta dal decreto fiscale del 15 ottobre, si arriva a 12 più 24 rate, ma colpo di scena: l’importo della rata è maggiore: 2186 euro.

Essendo una soluzione che deve aiutare chi non ha soldi – spiega De Franceschi – deve considerare che sebbene si facciano sconti anche importanti poi non si può aumentare la rata perché questo nell’immediato annulla gli sconti fatti e aumenta il debito mensile da pagare”

Ma soprattutto – incalza De Franceschi – come si fa a chiedere i soldi a chi non li ha?”

Una mossa secondo il tributarista che non ricalca il vero, in quanto le somme di denaro saranno comunque riscosse. Nel decreto fiscale emanato dal Consiglio dei ministri emerge ciò porterà alla chiusura di Equitalia entro sei mesi.

Si prevede la forma della rottamazione dei ruoli da cui l’Esecutivo stima di poter ottenere 4 miliardi di euro.

La soppressione di Equitalia NON SIGNIFICA CHE NON SI DOVRANNO Più PAGARE LE SOMME RICHIESTE – attacca De Franceschi – Ma che saranno fatti sconti, anche significativi per rottamare le cartelle. C’è gente che è convinta che non pagherà più niente. Ma non è così. Questa è una manovra fatta solo per acquisire voti. Non è un vero e proprio condono, ma è uno sconto. Il cittadino pagherà comunque. Si trasferiscono i poteri di Equitalia in capo all’ Agenzia delle Entrate ma cosa cambia? Non cambia nulla perché i dipendenti restano, saranno trasferiti da un ente a un altro. La rottamazione delle cartelle poi non funziona, si deve rottamare il credito, non le cartelle esattoriali”. A fondare le preoccupazioni del tributarista infatti è il fatto che le persone che non hanno pagato finora, comunque non potranno pagare.

Sono soggetti insolventi – spiega De Franceschi con tanto di tabella alla mano (vedi allegato) – soggetti falliti, deceduti, società cessate, qualcuno mi spiega come fanno a recuperare queste somme? Chi non ha pagato fino ad oggi significa che non ha soldi, e non solo, che non ha nemmeno beni pignorabili per il recupero forzato delle somme. Perché ora dovrebbe pagare? Per lo sconto parziale delle sanzioni? In più aver previsto uno sconto di 5mila euro a fronte dei 10 mila non indica che era stato applicato un tasso ai limiti dell’usura?”

Mi piacerebbe sapere, poi – incalza De Franceschi – quanti soggetti messi nel recupero dei quattro miliardi sono cittadini stranieri che hanno operato in Italia per un periodo non pagando le tasse (poi accertate e passate ai ruoli esattoriali/cartelle di Equitalia) e che oggi non sono neppure più qui residenti”

Ufficio stampa tributarista Alberto De Franceschi

Esperto di fisco e tributi

Noale, 19 ottobre 2016