TTIP, DE FRANCESCHI: “NEGOZIATI FALLITI SOLO A CAUSA BREXIT”

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La Gran Bretagna è “un cane sciolto” che può commerciare con i 53 paesi del Commonwealth

e se ne “infischia” degli accordi con l’Ue

L’altra notte sempre in prima linea vi abbiamo annunciato il fallimento del trattato TTIP.
Vediamo innanzitutto cos’è.
Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico che ha l’intento dichiarato di modificare regolamentazioni e standard e di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più libero e fluido.
Per qualcuno è pericoloso perché di fatto si vogliono bloccare paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti, le cui regole sono dettate sulle esigenze dei grandi gruppi transazionali.

Ma…il trattato di libero scambio Usa-Ue è fallito. A dirlo il vicecancelliere e ministro dell’Economia tedesco, Sigmar Gabriel, secondo cui “come europei non possiamo accettare supinamente le richieste americane”.

Per il tributarista veneto Alberto De Franceschi la vera ragione del naufragio del trattato, però “nasce solo in seguito ad alcuni fatti importantissimi. Brexit, a esempio, che ha rotto gli schemi di accordo e ha fatto cambiare posizione a molti, Hilary Clinton compresa”.

Perchè?

“Semplice – spiega l’esperto – la Gran Bretagna ha un trattato, il Commonwealth, che, con i suoi 53 Stati aderenti, le consente di ‘infischiarsene’ di accordi con l’Europa: grazie ai Paesi del Commonwealth (come, giusto per fare due esempi, Canada e Hong Kong, etc.) può commerciare ciò che vuole sia negli Stati Uniti che in Europa”.

“Con Brexit la Gran Bretagna non ha più vincoli e questo la rende di fatto un cane sciolto – incalza De Franceschi -. Non a caso ha già paventato la rottura dell’embargo con la Russia e la ripresa delle trattative commerciali. Cosa che a noi italiani è costata tantissimo e che così facendo invalida qualunque azione repressiva americana nei confronti della Gran Bretagna”.

In ogni caso, avverte De Franceschi, i negoziati non sono chiusi, ma solo rimandati, anche in attesa delle prossime elezioni presidenziali americane. “Li ritroveremo rimodulati con ogni probabilità e rinominati, per camuffarli – avvisa -. A questo punto, visto che non vi è alcun accordo ufficiale che giustifichi ancora l’embargo russo che tanto ci sta danneggiando, forse è il caso di anticiparne la decadenza prima che lo faccia la Gran Bretagna”.

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TTIP, DE FRANCESCHI “NEGOZIATI FALLITI SOLO A CAUSA BREXIT”

commonwealthIl trattato di libero scambio Usa-Ue è fallito. A dirlo il vicecancelliere e ministro dell’Economia tedesco, Sigmar Gabriel, secondo cui “come europei non possiamo accettare supinamente le richieste americane”. Per il tributarista Alberto De Franceschi la vera ragione del naufragio del trattato, però, “nasce solo in seguito ad alcuni fatti importantissimi. Brexit, ad esempio, che ha rotto gli schemi di accordo e ha fatto cambiare posizione a molti, Hilary Clinton compresa”.

Perchè? “Semplice – spiega l’esperto -. La Gran Bretagna ha un trattato, il Commonwealth, che, con i suoi 53 Stati aderenti, le consente di ‘infischiarsene’ di accordi con l’Europa: grazie ai Paesi del Commonwealth (come, giusto per fare due esempi, Canada e Hong Kong, etc.) può commerciare ciò che vuole sia negli Stati Uniti che in Europa”.

“Con Brexit la Gran Bretagna non ha più vincoli e questo la rende di fatto un cane sciolto – incalza De Franceschi -. Non a caso ha già paventato la rottura dell’embargo con la Russia e la ripresa delle trattative commerciali. Cosa che a noi italiani è costata tantissimo e che così facendo invalida qualunque azione repressiva americana nei confronti della Gran Bretagna”.

In ogni caso, avverte De Franceschi, i negoziati non sono chiusi, ma solo rimandati, anche in attesa delle prossime elezioni presidenziali americane. “Li ritroveremo rimodulati con ogni probabilità e rinominati, per camuffarli – avvisa -. A questo punto, visto che non vi è alcun accordo ufficiale che giustifichi ancora l’embargo russo che tanto ci sta danneggiando, forse è il caso di anticiparne la decadenza prima che lo faccia la Gran Bretagna”.

 

 

DE FRANCESCHI: UN TRIBUTARISTA IN TOUR

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ALBERTO DE FRANCESCHI: UN TRIBUTARISTA IN TOURNÉE

Il consulente fiscale di Noale e Albignasego stamattina era alla trasmissione condotto da Fabrizio Stelluto, Approfondimenti, su 7Gold Tele Padova.

Perché in tournèe?

Perché lui da marzo sta organizzando il tour de I 12 PILASTRI e mai di questi tempi è più attuale. Fabrizio Stelluto lo ha intervistato per noi.

Lei è un tributarista in tournèe, come mai ha creato questo evento?

“Stiamo portando in giro questo tour perché c’è bisogno di fare impresa. I 12 Pilastri sono i 12 principi che servono all’imprenditore per far crescere la propria impresa solida, forte e sana e per essere competitivi sul mercato. Nel momento in cui dobbiamo essere competitivi infatti servono dei piani. Gli imprenditori o chi si accinge ad aprire un’attività devono scrivere sulla carta cosa vogliono fare, devono avere un piano, un’organizzazione. Purtroppo si pensa solo alle tasse che si pagheranno ma la tassazione è una proporzione sul reddito. Se non c’è reddito non ci sono tasse. E se c’è reddito ci sono, è per quello che io dico ai miei imprenditori: non chiedermi quante tasse paghi, ma chiedimi quanto guadagni. In tutto questo però c’è qualcosa che non va bene. In giro c’è cattiva informazione per fare impresa. Ora più che mai serve spiegare ai ragazzi giovani cosa devono fare e come si devono approcciare al mondo dell’imprenditoria.

Lei dice che il futuro del commercialista sarà affiancare l’imprenditore. Ma sto “povero cristo” dell’imprenditore del Nordest, che magari si è fatto da sé come fa?

“Infatti non va più bene farsi da sé, bisogna parlare di competenze e chi ha competenze deve essere qualificato. Devo basare la mia impresa su dei meccanismi che sono economici. Questa settimana ho avuto un caso di un signore che ha un’acciaieria, i figli hanno rovinato il lavoro del padre, perché costui ha impegnato di più i figli nel lavoro manuale, ma il mondo imprenditoriale ora ha bisogno di studio, di corretta informazione, di formazione”

Per quanto riguarda la Brexit, secondo Lei quali sono le conseguenze dell’economia del Nordest?

“Dobbiamo parlare su una macroarea. Ora ci saranno dei dazi doganali da pagare. Ho incontrato un’associazione dei produttori di carne e loro sono preoccupati proprio per questi. Per quanto riguarda il turismo invece gli arrivi da parte della Gran Bretagna sono milioni durante la stagione estiva. La conseguenza sul turismo è sempre legata a un’ economia monetaria. Una delle lamentele dei giovani infatti è stata che andare a Londra ora non è economicamente conveniente. Questo è importante, dobbiamo chiederci se la Brexit aumenterebbe ancora di più il costo della vita a Londra”

Però potrebbe non aumentare su altre tratte…

“La Gran Bretagna fa parte del common wealth. Le dogane in genere producono un abbassamento del pil. Questi giorni hanno detto facciamo un hub fiscale, l’ Irlanda è polo di attrazione per soggetti tipo google, microsoft ecc, l’alternativa sarà Parigi o Berlino, ma noi dobbiamo puntare all’ Italia.

Quindi le conseguenze per il Nordest sono limitate?

“Sì, ci sono comunque ampi spazi di manovra, derivanti dalla Brexit. Cioè possiamo muoverci bene e convincere ora i nostri giovani e le nostre eccellenze a rimanere qui”.

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BREXIT, ORA LONDRA MENO ATTRATTIVA PER LE START UP E PER L’EXPORT

brexitQuali i possibili vantaggi e svantaggi che potrebbero avere le startup, e più in generale tutto il mercato dell’innovazione, alla luce del Brexit? Alberto De Franceschi, consulente aziendale veneziano e promotore dell’incubatore NoaleStart, evidenzia: “Londra è ormai un consolidato punto di riferimento degli investimenti in Europa, il vero e proprio hub. Ma ora anche le startup italiane possono valutare meno appetibile Londra visto lo spostamento degli investitori su piazze come Berlino e Parigi, creando così più opportunità anche per altri luoghi Veneto compreso”.

Effetti potrebbero esserci anche da un punto di vista lavorativo. “Le limitazioni aggiuntive nei flussi migratori renderanno difficile la libera circolazione delle persone e danneggeranno inevitabilmente il mercato del lavoro britannico. Ma da un’altro punto di vista agevoleranno i nostri giovani a guardare meglio le opportunità del proprio territorio”.Il Regno Unito è così più isolato, con la possibilità di un aumento di dazi doganali alla circolazione delle merci. Oltre il 50% delle importazioni inglesi viene dall’Unione Europea, con oltre la metà di questo import dall’Europa che serve come ‘bene intermedio’, ovvero è utile a produrre altri beni e servizi Made in England.  Senza un accordo di libero scambio successivo alla Brexit entro il 2020, il PIL britannico potrebbe calare del 5%”